Associazione
di Volontariato
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VOLONTARI - TESTIMONIANZE

MASSIMO - ENRICO

ENRICO

Lontano... questa è la prima parola che mi viene in mente pensando a Quillabamba, alla Guarderia e alla Casa Clinica.
Lontano geograficamente per il percorso lungo tortuoso che ci conduce fino qua. Alle già sufficienti ore di aereo per raggiungere il Cusco si deve aggiungere un tragitto di circa 8 ore (o più a seconda delle stagioni) di autobus inteso come mezzo collettivo di movimento in cui tutto può accadere, viaggiare con uno o due bambini in braccio, mangiare e dormire a pieno contatto con le persone locali, dividere una coperta con qualcuno transitando a quote di quasi 5.000 mt di altitudine. Niente male per incominciare a capire che in Perù, come in gran parte del Sud America il contatto con la realtà locale è immediato, spontaneo e necessario. Può capitare infatti di viaggiare su camion da trasporto, di salire sul cassone e scoprire che tra i sacchi di riso o mais ci sono persone che dormono, bisogna guadagnarsi un posto comodo visto che di solito si trascorrono alcune ore in quella posizione e può capitare di addormentarsi e di trovarsi coperti con una tela cerata da qualche premuroso compagno di viaggio se incomincia a piovere (Indimenticabile è il cielo stellato che ti schiaccia nel cassone se viaggi di notte). Lontano culturalmente, nel senso che poche sono le abitudini che possiamo portarci dietro in questa esperienza, piano piano ci troveremo ad aver acquisito una visione diversa del necessario e del superfluo, quelli che abbiamo sempre considerato bisogni primari si riducono ad aver veramente poca importanza.

Per fare qualche esempio non sentiremo la necessità di suonerire cellulari, non sentiremo la necessità di tovaglie e tovaglioli di stoffa, di televisione, di cinema di "mettere qualcosa di diverso". Nello stesso tempo scopriremo una cultura millenaria, semplice, agricola con valori che noi abbiamo dimenticato ma anche con deviazioni e malcostumi che noi forse non siamo abituati a considerare. Qualsiasi comportamento comunque, anche sbagliato e apparentemente incomprensibile, avrà le sue ragioni educative ben precise e non dovrà essere giudicato con leggerezza. La promiscuità familiare, la febbrile e non consapevole ricerca di amore fisico come anelato affetto non avuto nei tempi giusti, la naturalezza della maternità come atto della donna che cerca di tenersi stretto il suo uomo e che puntualmente ogni volta non ottiene il suo scopo e ci ricade, sono causa ed effetto della condizione in cui i bambini sono costretti a vivere i primi anni di vita, negli anni in cui non sono ancora in grado di lavorare e sostenersi con le loro forze.

Nulla comunque è nascosto sotto qualche tipo di facciata, tutto è naturale, la vita, la morte, l'amore, la sofferenza, la solitudine, l'abbandono sono accadono senza timore che vengano visti, davanti agli occhi di tutti e dei figli soprattutto, senza paura di minare lo stato di stabile e garantita vita felice che caratterizza lo schema di vita a noi ben noto. Qui nessuno ha paura di essere se stesso e questo a noi fa tanto bene imparare a capirlo.
Può capitare comunque di perdere una maglietta bianca da surfista della Greenish salendo al monte, vederti correre dietro qualche ora dopo dei bambini vestiti di stracci marroni usciti da case in mezzo al fango desiderosi di restituirti la maglietta tenendola con due dita per non sporcartela e i loro genitori lieti di poterti offrire un te di coca...

Può capitare di vedere bambini felici di arrivare all'asilo e scoprire che per farlo ogni giorno percorrono due ore di cammino e altre due per tornare alla loro terra...
Può capitare di vedere bambini che terminata la lezione scopano per terra e puliscono l'aula felici e sorridenti, consci che per loro la scuola è un lusso e l'unica via di uscita all'analfabetismo che copre il 90% della popolazione locale. Può capitare di conoscere un vecchio che a 87 anni lavora 3 Km quadrati di terra da solo e munito di machete che cammina ore al giorno per sopravvivere e di vedere nei suoi occhi un vigore, una giovinezza e un entusiasmo da invidiare.

Lontano emozionalmente, e qui mi riferisco al segno che una esperienza di questo tipo lascia a chi ha potuto prendersi un periodo sufficiente per entrare con tutti e due i piedi in una realtà di vita senz'altro unica nel suo genere.

Mi riferisco in particolare all'attività che il volontario può svolgere nella Guarderia infantil e nella Casa Clinica.
In entrambe si può essere molto utili senza una specifica competenza nei singoli settori anche se un educatore, un animatore, un fisioterapista o un medico possono dare senz'altro un contributo qualificato.

La Guarderia funziona con personale insegnate parzialmente retribuito e quindi parzialmente volontario che pertanto può sostenersi e garantire una certa puntualità e professionalità ma in più dedica del tempo dimostrando di aver compreso lo spirito dell'iniziativa. Il volontario si inserisce in questa struttura principalmente come "carta moschicida" per i bambini che non si stancano di abbracciarlo, stropicciarlo, tirarlo pizzicarlo e accarezzarlo. Questa è la loro prima necessità, nel gioco, a pranzo e tutte le volte che possono ti abbracciano forte e si relazionano fisicamente con te.

La clinica ospita alcune persone con handicap, alcuni anziani o bambini che necessitano di cure non specialistiche ma che principalmente necessitano di un luogo per ritrovare l'amore e l'affetto per ritrovare la speranza necessaria a sopravvivere con dignità. Questo è il primo aiuto che viene offerto, oltre ai pasti ed alle cure di cui hanno bisogno. Anche qui il personale di turno ha le medesime caratteristiche di quello della Guarderia oltre ad una competenza infermieristica necessaria per il tipo di attività svolta. Qui il volontario non specialista offre la propria compagnia, possibilmente la propria allegria, dona quello che ha: se stesso e se lo fa con il giusto spirito ottiene in cambio molto di più di quello che ha donato.

Personalmente non sono un missionario o un religioso inteso nel senso classico del termine, (sono un ex dottore commercialista di 37 anni che si sentiva un po' limitato.) ma posso dire che qui a Quillabamba ho compreso il significato della parola MISSIONE.

Non si tratta come pensavo di viaggiare lontano, aiutare gli indigeni e tanto meno convertirli.
Letteralmente il MISSIONARIO è colui che è mandato (mittere) da un MANDANTE con uno specifico compito da assolvere.
Penso pertanto che tutti siamo missionari, tutti siamo stati prima "amati" e poi "mandati", ciascuno di noi deve cercare il proprio compito da asssolvere e facendo questo inevitabilmente irradia quell'amore che ha ricevuto dal "mandante" per il suo cammino.
Ciascuno trova il luogo e la condizione in cui il suo cuore e la sua mente si allineano nel compito che deve svolgere, in quel momento sente di poter fare cose che prima non immaginava possibili, non ha più paura di nulla e, inspiegabilmente gli altri se ne accorgono e raccolgono felici il frutto del suo dono.

"Anche se spesso io cedo alle molte paure e agli avvertimenti del mio mondo credo ancora profondamente che i pochi anni su questa terra sono parte di un più grande evento, che si estende molto al di là dei confini della nostra vita e della nostra morte. Penso che questa che viviamo sia come una missione nel tempo, una missione veramente stimolante ed anche eccitante, soprattutto perché Colui che mi ha inviato in missione stà aspettando il mio ritorno a casa perché gli racconti la storia di ciò che ho imparato. Ho paura di morire? Ne ho ogni volta che mi lascio sedurre dalle rumorose voci del mio mondo che mi dicono che la mia "piccola vita" è tutto ciò che ho e mi consigliano di tenermi stretto a lei con tutte le mie forze. Ma quando lascio che queste voci tornino sullo sfondo della mia vita e ascolto la piccola voce tenera che mi chiama Amato, so che non ho nulla da temere e che morire è il più grande atto d'amore. Atto che mi porta all'eterno abbraccio del mio Dio il cui amore è per sempre."

Henri J.M. Nouwen.