Divina Provvidenza Onlus

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Testimonianze

Massimo

...Oggi non ho sentito la sveglia, e l'orazione mattutina e' gia' passata, mi presento per la colazione, dalle colleghe volontarie che mi prendono in giro per il ritardo, come sempre incasso volentieri, e aspetto la mia occasione per fare un piccolo scherzo.
Poco dopo insieme a Erika seguo Carmen, la fisioterapista peruviana, per dare un aiuto con le terapie ai pazienti della clinica.
Arriva la bellissima Linda, 10 anni, costretta anche lei alla sedia a rotelle da un'artrite, le sue condizioni sembrano migliorare giorno dopo giorno con la sua ginnastica mattutina. La accompagno poi alla scuola, facendo meno fatica del solito per convincerla a entrare in classe, si vergogna agli occhi dei suoi compagni. Credo che oramai sia lei che loro si stiano abituando a convivere insieme, oggi poi c'e' un'altra bambina in carozzella in classe...e oggi Linda non si sente cosi' diversa.

Arriva Hernan dopo la vacanza di qualche giorno a casa, e lo accompagno a salutare le infermiere, poi aiuto Jonny a fargli la doccia. Ormai e' sparita completamente quella sensazione di diversita' che ero abituato a sentire in mezzo alle persone con qualche difficolta' fisica. C'e' una sola differenza.io in piedi e lui costretto alla sedia a rotelle, ma e' normale aiutare Hernan, ed e' normale che Hernan chieda il mio aiuto senza problemi, non per il mio incarico, ma per quello che sento. Camminava e correva come me, prima che qualcuno gli spezzasse la colonna vertebrale nel tentativo di ammazzarlo di botte. La settimana scorsa avevo spinto per la prima volta la sua carrozzella per le strade di Quillabamba per acquistare un po' di musica peruviana, gli avevo chiesto se conosceva un posto dove vendevano CD, e si era subito offerto per farsi accompagnare. Avevamo solamente un'ora a disposizione e nel percorso abbiamo riso e scherzato come due vecchi amici. Al ritorno il mio "grazie" lo faceva bloccare per un attimo obbligandomi a stringermi la mano.era lui che voleva ringraziare me, per avergli regalato un'ora della sua giornata un po' diversa dal solito.

Oggi e' un'altra giornata da ricordare, ogni giorno sentiamo storie di maltrattamenti di bambini da parte dei genitori ma quando viviamo cosi' da vicino la situazione.beh.la cosa e' un po' diversa. Marisa ci ha appena avvisati che da oggi la clinica avra' un'ospite in piu', Alejo 6 anni, un bimbo della prima elementare. La madre stamattina l'ha accompagnato a scuola dicendo che questa notte era stato nuovamente maltrattato dal suo patrigno e non vuole piu' tornare a casa. Nei giorni scorsi, avevamo intuito che avesse qualche problema, ogni tanto in mezzo ai suoi compagni si fermava a guardare nel vuoto e poi piangeva.

La sua storia inizia quando sua madre prima di metterlo al mondo, viene violentata e decide con amore di portare avanti la sua gravidanza. Da queste parti un bimbo nato da un atto violento viene considerato maledetto, e quindi ucciso alla nascita. Sua madre ha trovato poi una persona con cui convivere e avere un'altra bambina insieme, ma Alejo non e' mai stato accettato dall'uomo che questa notte l'aveva picchiato e umiliato ancora. E' stato legato a un palo e cosparso in testa da sterco di gallina, le parole che si sentiva ripetere erano "tu sei solo spazzatura". Vado a fare una visita alla classe e ricevo il solito clamore in risposta al mio saluto, c'e' anche Alejo, che come gli altri copia sul suo quaderno cio' che la maestra Lourdes ha scritto sulla lavagna, ma dura poco, si ferma ancora e piange per una decina di minuti. Ora il suo pianto non e' piu' visto come un capriccio, ogni lacrima e' una paura che lo aspetta tornando a casa, ma questa sera' non succedera', il tribunale sta decidendo di affidarlo a Marisa con il consenso della madre. Non ci saranno solo piu' abbracci e sorrisi con lui, divideremo insieme le stanze della clinica, per farlo sentire a casa...una nuova casa.

Chiara e' di ritorno con Marisa da Macamango dove sorgera' la futura scuola con dormitori, i lavori procedono bene e il prossimo anno in primavera dovrebbero iniziare le lezioni. Alejo probabilmente sara' uno di quelli che usufruira' anche delle strutture interne per viverci fino a quando sara' maggiorenne.

Fuori da qui, Tutti i bimbi di questa classe vivono in un pesante stato di disagio e per loro la scuola e' gratuita, ma ai nostri occhi anche Jules, 10 anni, deve avere qualche problema in piu' rispetto ai suoi compagni, e dopo aver pranzato, lo accompagnamo a casa con la sua sorellina che va all'asilo, per vedere come vive. Viene con noi la sua maestra, che conosce gia' altre realta' simile alla sua. Camminando per strada, Jules mi sembra abbia cambiato atteggiamento, non e' piu' il bambino timido che stava seduto ascoltando la lezione, ma il figlio piu' grande che torna a casa carico di un grosso peso sulle spalle per dare una mano a sua madre. Entriamo in un cortile di case pulite, direi accettabili, ma al suo interno, le quattro pareti in cui vive Jules sono come una freccia nel nostro cuore. Ricordo quando mio nonno viveva in campagna e aveva costruito un recinto coperto dove teneva galline e conigli...mi ricorda molto la casa dove vive Jules e gli altri 5 componenti della sua famiglia, 10 metri quadrati circa.

Sua madre, forse una trentina di anni, forse meno, e' magrissima e tiene in braccio un bimbo di circa sei mesi che a ogni suo pianto viene zittito e allattato senza problemi davanti a noi. Dentro la stanza buia c'e' un po' di tutto, fili stesi da una parete all'altra per appendere i vestiti lavati chissa' quando, un letto di una piazza e mezza, e per terra altre coperte dove dorme anche un'altro fratellino, di nome Abram, avra' 5-6 anni, che piange e urla per qualche dolore non identificato.

Il padre e' in giro a lavorare la terra, si capisce che Jules e l'uomo di casa e con sua madre rovista in un sacco per offrici un po' di frutta a cui non possiamo rinunciare per paura di qualche offesa...speriamo non sia la loro cena per questa sera. Mi sembra di essere in uno di quei filmati speciali di qualche telegiornale.

Prima di ritornare alle nostre attivita', sua madre ci promette di venire alla scuola nel pomeriggio con tutti i figli, per parlare ancora e per ricevere qualche aiuto, ma le ore passeranno senza la sua visita, per paura forse di qualche reazione incontrollabile del marito. Decidiamo quindi che nei giorni a venire, a turno, faremo visita alle famiglie piu' in difficolta' con un po' di viveri al seguito. Nel pomeriggio una bella notizia, Linda e' in clinica alle parallele da sola, ha lasciato la carrozzella e sta provando a camminare, vado di corsa a fotografarla, qui sono tutti convinti che ce la fara', che anche lei correra' in mezzo ai suoi compagni, senza occhi "diversi" che la osservano. Sorride di continuo, ma dopo un po' mi guarda in faccia "Maximo...uff...uff...cansada..", e' molto stanca e la metto di nuovo sulla sua superlusso.

In serata, il fischio di Robert mi distrae, ha fermato uno dei tanti moto-taxi che ci porta in centrocitta' per un piatto di pollo e riso. Anche oggi come ieri, una giornata intensa, piena di momenti da ricordare quando la vita in futuro mi sembrera' difficile.quando mi sembrera' di essere una pedina in mezzo a tante.forse da oggi in poi riusciro' a vedere questi sorrisi e questi "grazie" in qualsiasi momento.da qualsiasi parte.

MASSIMO 2005

"Quillabamba 2005 - Il ritorno"

Non sempre e' facile parlare o scrivere a proposito di un momento vissuto, per trasmettere la sensazione di cosa si provi in un quel determinato istante.
Cio' che ho provato al mio "ritorno a Quillabamba" e' molto semplice da raccontare e credo si possa tradurre in "casa" e "famiglia". Il coinvolgimento del vivere quotidiano insieme a questi amici rispecchiano pienamente il significato di queste due parole.
Carmen e Robert erano li' ad aspettarmi da piu' di un'ora al terminal Bus in arrivo da Cusco. E' bastato un lungo abbraccio e qualche istante a guardare i loro volti sorridenti che mi chiedevano "Como estas?", per annullare il tempo.

Sembrava impossibile fosse passato un anno dall'ultima volta che li avevo visti. E cosi' nei giorni successivi, grande festa per ogni incontro, pazienti e bambini, ma subito un motivo valido per inserirmi subito...facciamo questo...andiamo a vedere quello...di nuovo immerso a tempo pieno.

In ogni caso c'erano altri motivi per ricordarmi che comunque era passato tutto questo tempo e nel frattempo anche in Italia era successo qualcosa. I miei pensieri andavano al dicembre scorso a quella cena alla sezione Lion's Club di Venaria, dove abbiamo ricevuto un sostenzioso aiuto economico, o ai mercatini per beneficenza di Bruno e Adriana, alla mia scatolina pro-offerte in ufficio, o a quella domenica a Vicenza per trasportare le attrezzature e gli aiuti spediti poi via mare nei mesi a seguire. Luciano ha fatto un gran lavoro come sempre, e anche le adozioni a distanza sono aumentate.

Ma non ero poi cosi' solo, in questo agosto 2005 mi hanno voluto seguire due splendide figure italiane, Raffaella, una brava fisioterapista che ha portato un grandissimo aiuto colmando qualche lacuna sulle terapie ai pazienti, e Michela che si e' immersa in tutte le attivita' tra i bimbi e gli ospiti della clinica lasciando ai peruviani la testimonianza che anche in Italia c'e' chi vive con semplicita' e il sorriso sempre presente in viso.

Ovviamente il ricordo degli altri volontari italiani che in passato hanno gia' soggiornato da queste parti e' sempre attivo, e tutti chiedono notizie e inviano saluti affettuosi a Barbara, Chiara, Erika, Enrico, Alice, Claudia, ricordando ogni tanto qualche aneddoto vissuto insieme. Divina Providencia prosegue la sua opera, la guarderia olre ai bimbi dell'asilo ospita oggi le due classi di scuola primaria, in attesa della struttura di Macamango. La Clinica e' il punto fermo e si inserisce nella citta' come struttura importante per la particolarita' delle cure verso i disabili che a casa loro vivono in molti casi con totale assenza di comodita' e servizi di comunicazione. Grazie all'aiuto di un argano pneumatico in piscina, anche i casi piu' gravi di immobilzzazione riescono a beneficiare abbastanza agevolmente delle terapie in acqua. La nuova scuola procede nella costruzione secondo il progetto, anche se con piccoli intoppi dovuti alla mancanza di qualche materiale in loco, ma credo proprio che aprira' i battenti nel prossimo aprile 2006 con il nuovo anno scolastico. Macamango ora si raggiunge senza problemi mediante una nuova strada che attraversa piantagioni di caffe' e banane, e ci sono gia' molte richieste per ospitare i bimbi anche nel convitto. Marisa questa volta e' rimasta in Italia e raggiungera' Quillabamba a novembre, e questo mi ha portato ad occuparmi degli aiuti portati da Torino. Il denaro che ho raccolto tra amici e colleghi e' stato destinato alle spese mediche per Linda che sono andato personalmente a prendere nel suo paese, visto che sua mamma non poteva permettersi neanche di accompagnarla in ospedale per i controlli medici. Ho destinato la somma per coprire le spese mediche e alla sua adozione per tutto il 2005 in modo che possa essere ospitata in clinica per le terapie e a scuola con gli altri bambini.

Un sentito Grazie, va a Rossella e Piercarlo che in occasione del loro matrimonio alla fine di settembre, hanno voluto destinare il valore dei loro regali ai bambini e pazienti ospiti a Divina Providencia.
Tra tutti i pensieri di "fine vacanza" posso sottolineare che come al solito le lunghe cinque settimane non sono molte per inserirsi totalmente in quella realta', ma anche questanno ho dato il mio piccolo contributo, e come un anno fa spero di continuare, contando molto in nuovi aiuti, anche piccoli, ma fondamentali per dare un futuro a chi e' meno fortunato.

Massimo

Enrico

Lontano... questa è la prima parola che mi viene in mente pensando a Quillabamba, alla Guarderia e alla Casa Clinica.
Lontano geograficamente per il percorso lungo tortuoso che ci conduce fino qua. Alle già sufficienti ore di aereo per raggiungere il Cusco si deve aggiungere un tragitto di circa 8 ore (o più a seconda delle stagioni) di autobus inteso come mezzo collettivo di movimento in cui tutto può accadere, viaggiare con uno o due bambini in braccio, mangiare e dormire a pieno contatto con le persone locali, dividere una coperta con qualcuno transitando a quote di quasi 5.000 mt di altitudine. Niente male per incominciare a capire che in Perù, come in gran parte del Sud America il contatto con la realtà locale è immediato, spontaneo e necessario. Può capitare infatti di viaggiare su camion da trasporto, di salire sul cassone e scoprire che tra i sacchi di riso o mais ci sono persone che dormono, bisogna guadagnarsi un posto comodo visto che di solito si trascorrono alcune ore in quella posizione e può capitare di addormentarsi e di trovarsi coperti con una tela cerata da qualche premuroso compagno di viaggio se incomincia a piovere (Indimenticabile è il cielo stellato che ti schiaccia nel cassone se viaggi di notte). Lontano culturalmente, nel senso che poche sono le abitudini che possiamo portarci dietro in questa esperienza, piano piano ci troveremo ad aver acquisito una visione diversa del necessario e del superfluo, quelli che abbiamo sempre considerato bisogni primari si riducono ad aver veramente poca importanza.

Per fare qualche esempio non sentiremo la necessità di suonerire cellulari, non sentiremo la necessità di tovaglie e tovaglioli di stoffa, di televisione, di cinema di "mettere qualcosa di diverso". Nello stesso tempo scopriremo una cultura millenaria, semplice, agricola con valori che noi abbiamo dimenticato ma anche con deviazioni e malcostumi che noi forse non siamo abituati a considerare. Qualsiasi comportamento comunque, anche sbagliato e apparentemente incomprensibile, avrà le sue ragioni educative ben precise e non dovrà essere giudicato con leggerezza. La promiscuità familiare, la febbrile e non consapevole ricerca di amore fisico come anelato affetto non avuto nei tempi giusti, la naturalezza della maternità come atto della donna che cerca di tenersi stretto il suo uomo e che puntualmente ogni volta non ottiene il suo scopo e ci ricade, sono causa ed effetto della condizione in cui i bambini sono costretti a vivere i primi anni di vita, negli anni in cui non sono ancora in grado di lavorare e sostenersi con le loro forze.

Nulla comunque è nascosto sotto qualche tipo di facciata, tutto è naturale, la vita, la morte, l'amore, la sofferenza, la solitudine, l'abbandono sono accadono senza timore che vengano visti, davanti agli occhi di tutti e dei figli soprattutto, senza paura di minare lo stato di stabile e garantita vita felice che caratterizza lo schema di vita a noi ben noto. Qui nessuno ha paura di essere se stesso e questo a noi fa tanto bene imparare a capirlo.
Può capitare comunque di perdere una maglietta bianca da surfista della Greenish salendo al monte, vederti correre dietro qualche ora dopo dei bambini vestiti di stracci marroni usciti da case in mezzo al fango desiderosi di restituirti la maglietta tenendola con due dita per non sporcartela e i loro genitori lieti di poterti offrire un te di coca...

Può capitare di vedere bambini felici di arrivare all'asilo e scoprire che per farlo ogni giorno percorrono due ore di cammino e altre due per tornare alla loro terra...
Può capitare di vedere bambini che terminata la lezione scopano per terra e puliscono l'aula felici e sorridenti, consci che per loro la scuola è un lusso e l'unica via di uscita all'analfabetismo che copre il 90% della popolazione locale. Può capitare di conoscere un vecchio che a 87 anni lavora 3 Km quadrati di terra da solo e munito di machete che cammina ore al giorno per sopravvivere e di vedere nei suoi occhi un vigore, una giovinezza e un entusiasmo da invidiare.

Lontano emozionalmente, e qui mi riferisco al segno che una esperienza di questo tipo lascia a chi ha potuto prendersi un periodo sufficiente per entrare con tutti e due i piedi in una realtà di vita senz'altro unica nel suo genere.

Mi riferisco in particolare all'attività che il volontario può svolgere nella Guarderia infantil e nella Casa Clinica.
In entrambe si può essere molto utili senza una specifica competenza nei singoli settori anche se un educatore, un animatore, un fisioterapista o un medico possono dare senz'altro un contributo qualificato.

La Guarderia funziona con personale insegnate parzialmente retribuito e quindi parzialmente volontario che pertanto può sostenersi e garantire una certa puntualità e professionalità ma in più dedica del tempo dimostrando di aver compreso lo spirito dell'iniziativa. Il volontario si inserisce in questa struttura principalmente come "carta moschicida" per i bambini che non si stancano di abbracciarlo, stropicciarlo, tirarlo pizzicarlo e accarezzarlo. Questa è la loro prima necessità, nel gioco, a pranzo e tutte le volte che possono ti abbracciano forte e si relazionano fisicamente con te.

La clinica ospita alcune persone con handicap, alcuni anziani o bambini che necessitano di cure non specialistiche ma che principalmente necessitano di un luogo per ritrovare l'amore e l'affetto per ritrovare la speranza necessaria a sopravvivere con dignità. Questo è il primo aiuto che viene offerto, oltre ai pasti ed alle cure di cui hanno bisogno. Anche qui il personale di turno ha le medesime caratteristiche di quello della Guarderia oltre ad una competenza infermieristica necessaria per il tipo di attività svolta. Qui il volontario non specialista offre la propria compagnia, possibilmente la propria allegria, dona quello che ha: se stesso e se lo fa con il giusto spirito ottiene in cambio molto di più di quello che ha donato.

Personalmente non sono un missionario o un religioso inteso nel senso classico del termine, (sono un ex dottore commercialista di 37 anni che si sentiva un po' limitato.) ma posso dire che qui a Quillabamba ho compreso il significato della parola MISSIONE.

Non si tratta come pensavo di viaggiare lontano, aiutare gli indigeni e tanto meno convertirli.
Letteralmente il MISSIONARIO è colui che è mandato (mittere) da un MANDANTE con uno specifico compito da assolvere.
Penso pertanto che tutti siamo missionari, tutti siamo stati prima "amati" e poi "mandati", ciascuno di noi deve cercare il proprio compito da asssolvere e facendo questo inevitabilmente irradia quell'amore che ha ricevuto dal "mandante" per il suo cammino.
Ciascuno trova il luogo e la condizione in cui il suo cuore e la sua mente si allineano nel compito che deve svolgere, in quel momento sente di poter fare cose che prima non immaginava possibili, non ha più paura di nulla e, inspiegabilmente gli altri se ne accorgono e raccolgono felici il frutto del suo dono.

"Anche se spesso io cedo alle molte paure e agli avvertimenti del mio mondo credo ancora profondamente che i pochi anni su questa terra sono parte di un più grande evento, che si estende molto al di là dei confini della nostra vita e della nostra morte. Penso che questa che viviamo sia come una missione nel tempo, una missione veramente stimolante ed anche eccitante, soprattutto perché Colui che mi ha inviato in missione stà aspettando il mio ritorno a casa perché gli racconti la storia di ciò che ho imparato. Ho paura di morire? Ne ho ogni volta che mi lascio sedurre dalle rumorose voci del mio mondo che mi dicono che la mia "piccola vita" è tutto ciò che ho e mi consigliano di tenermi stretto a lei con tutte le mie forze. Ma quando lascio che queste voci tornino sullo sfondo della mia vita e ascolto la piccola voce tenera che mi chiama Amato, so che non ho nulla da temere e che morire è il più grande atto d'amore. Atto che mi porta all'eterno abbraccio del mio Dio il cui amore è per sempre."

Henri J.M. Nouwen

Delfina e Chiara

Quest’estate abbiamo sentito il bisogno di fare qualcosa per gli altri, sperando che l’esperienza avrebbe lasciato il segno nella nostra vita, anche in quella quotidiana.
Marisa ci ha dato la carica necessaria ad intraprendere questa avventura; il resto lo hanno fatto un centinaio di splendidi bambini che abbiamo conosciuto a Quillabamba.
L’impatto è stato subito famigliare e superato il trauma del viaggio, che potrebbe scoraggiare i più, tutto è proseguito in modo molto naturale: le sveglie all’alba, i bambini che ti sommergono, anche e soprattutto fisicamente, con la loro energia, l’affetto delle persone che collaborano, i pasti agli orari più svariati e con i menù più svariati, le ore di lezione di italiano, i giochi di gruppo, le lezioni di cucina (noi che non cuciniamo nemmeno un uovo al tegamino, ci siamo trovate a fare le tagliatelle fresche per 60!), la piscina con i più piccoli, diventare dall’oggi al domani madrine di battesimo di tre bimbi e partecipare alle feste di famiglia, essere adottate come “Gringas” da tutta la cittadinanza locale.
L’organizzazione quasi svizzera di tutti i meccanismi che reggono l’associazione è dovuta principalmente a persone che ci hanno stupite per la loro forza ed il loro entusiasmo: in primis, Jenny che trova sempre la parola giusta al momento giusto, che sa essere dura quando serve e dolce e materna all’occasione. Insieme a Fanny, Jonny e Jmmy,...no, non sono i tre Porcellini, ma le due sorelle ed il mitico fratellone che prestano instancabilmente la loro opera.
Se l’asilo è “il Paese dei balocchi” grazie ad un curatissimo giardino, con lo scivolo e tanto spazio per giocare e correre, la scuola di Macamango sembra un vero e proprio collegio, organizzato con turni ed orari stabiliti, che tutti rispettano con la consapevolezza di essere parte integrante e fondamentale di una grande famiglia; cosa assai rara tra i ragazzini di quell’età qui in Italia.
Non potremo mai dimenticare gli sguardi, i sorrisi, le canzoncine e gli abbracci ricevuti, di un affetto sincero che questi ragazzi ci rinnovano con le loro lettere colorate ed i disegni.
Non riusciamo a renderci conto di quanto noi siamo state in grado di trasmettere e lasciare a loro, ma siamo convinte che è di gran lunga superiore ciò che abbiamo ricevuto giorno dopo giorno da tutti!

Delfina e Chiara

Nicola

Antonio può essere definito il “veterano” dei volontari, in quanto è già stato ben 4 volte in Perù e si appresta a ritornarci la quinta, per accompagnare i ragazzi che finiscono il ciclo scolastico nella “gita di promozione”.
In quella classe Antonio ha ben tre ragazze da lui sostenute a distanza (e di cui è padrino di battesimo) ed a furor di popolo à stato battezzato il “padrino della classe”.
Dice lui: “quando vado là, sono sempre stupito per tutto quello che si vede che è stato fatto... ed anche per quello che è stato fatto ed è nascosto”.

Nicola

Annamaria

Dopo tanta attesa, ecco che arriva il giorno della partenza per il Perù: è il 18 maggio 2010.
A Quillabamba mi aspetta Jenny, molto gentile, garbata ed efficiente; visito il jardin, la clinica ed infine la scuola, che si trova a Macamango, a circa due chilometri dalle altre strutture.
E’ immersa nel verde, tra piantagioni di caffè, cacao e banane: sembra di essere fuori dal mondo (o, almeno, dal mondo che conosciamo noi). Il lunedì successivo mi reco in aula e cerco di rendermi utile: proverò ad insegnare un po’ di italiano (io che sono stata per più di 35 anni professoressa di matematica...), poi cucito a macchina (le macchine sono a pedali, ma cercherò di arrangiarmi) ed infine lavoro a maglia (e questo lo so fare bene ed insegnerò diversi punti ai bimbi).
Parliamo ora proprio di loro: questi piccoli peruviani si svegliano tutti i giorni tra le 5,30 e le 6, si lavano, si vestono, rifanno il letto, riordinano i propri vestiti ed a turno puliscono le camerate o scopano il patio raccogliendo tutte le foglie cadute, preparano le tazze per la colazione; alcuni si allenano a calcio od a pallavolo.
Tutto questo prima di colazione; poi, dopo aver mangiato, si va tutti nelle classi per le lezioni; alle 11 un po’ di intervallo per mangiare dell’ottima frutta e giocare un po’; poi di nuovo in classe.
Prima di entrare a mangiare, al mattino, a pranzo ed a cena, i bimbi si mettono in fila ben ordinati e cantano varie canzoncine: sono molto bravi! Quando si siedono ai tavoli, stanno in silenzio aspettando le indicazioni de “las profesoras” per pregare e per iniziare a mangiare. Nel pomeriggio si fanno i compiti ed a scelta si partecipa ai vari laboratori di pittura, cucito, maglia, teatro, ecc.. ed anche si gioca. Sembra una grande famiglia.
I bambini sono molto bravi, ma è anche merito delle loro maestre, “las profesoras” come vengono chiamate.
Ilda la direttrice, Ruth, Rosemary, Dada, sono infaticabili e sempre a disposizione degli allievi dall’alba fino a sera e se è necessario, anche di notte. Oltre ad insegnare, si occupano anche di allenarli per le sfilate e per le partite, ed organizzano balli e feste.
Complimenti, sono bravissime.
Ho assistito alla festa per la partenza per l’Italia di Linda con i genitori adottivi: è stata molto bella e commovente.
Infine, quando sono partita io, c’è stata una festa grandiosa!
Sono arrivati anche i bimbi del jardin ed ovviamente anche Jenny e gli altri. Ci sono stati canti, balli con tanti costumi coloratissimi, discorsi, ringraziamenti e doni: tutto per me, che emozione!
Il ballo dell’anaconda l’ho ancora ben impresso nella mente! E’ stata una festa a sorpresa, una festa che non dimenticherò più; e quanti ringraziamenti...
Sono io invece che devo ringraziare chi mi ha permesso di fare questa esperienza e mi ha fatto trascorrere un mese indimenticabile: grazie a Marisa, a Jenny, a las profesoras, a los niños ed a tutti quelli che ho incontrato a Quillabamba.

Annamaria

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